Luoghi federiciani

A guidare i nostri primi passi alla scoperta dei luoghi d’Abruzzo che hanno legato il loro nome e la loro storia a Federico II di Svevia è suo figlio Manfredi, avuto da Bianca Lancia fuori dal matrimonio e poi legittimato. Manfredi ha avuto nella sua breve esistenza (morirà a soli 34 anni nella battaglia di Benevento) una personalità forse la più vicina a quella del padre, è sempre vissuto cercando di emulare il suo inarrivabile predecessore.

 

Castel Manfrino

                  A una quota di 963 metri lm, su uno sperone di roccia che domina le gole del Salinello fino al mare da un lato e il versante meridionale dei Monti della Laga ad ovest, sorge Castel Manfrino, baluardo difensivo svevo sul confine dello Stato Pontificio.

                  Nei documenti più antichi, due-trecenteschi, è menzionato come “Castrum Maccle” (Castello di Macchia) ed è attribuito a Manfredi.

                  Nello “Statutum de reparatione castrorum” di Federico II, scritto fra il 1240 ed il 1245, questo Castrum era assente, il che potrebbe significare che non era ancora stato costruito e i ritrovamenti di ceramica avvenuti casualmente nell’area del castello vengono datati al periodo di Manfredi.

                  In una lista dell’epoca con l’elenco di 18 castelli d’Abruzzo, il Castrum Maccle è posizionato al quattordicesimo posto, con una guarnigione costituita da un castellano scudiero e venti ausiliari, cosa da cui si evince l’importanza di questo sito.

                  Con l’arrivo di Carlo d’Angiò, il castello viene dato in feudo, ma gli uomini del castello non accettano ciò e vi si asserragliano. L’angioino per tutta risposta decide di radere al suolo la fortezza, ma la cosa dovette risultare più difficile di quanto preventivato per cui decide di fargli costruire tutto intorno dei bastioni per evitare di far ricevere aiuti dall’esterno e per allontanare ogni possibilità di fuga.  Fu una vera e propria guerra che vide impegnata una grande quantità di macchine e di persone. I ribelli, resisi conto di non avere scampo, si arresero dopo un anno di assedio.

                  Considerate tutte le difficoltà di raderlo al suolo, siamo portati a pensare che il Castello di Macchia fosse efficiente, di considerevoli dimensioni e in grado di ospitare centinaia di persone. Per garantire la sicurezza del castello era indispensabile occupare tutta l’area dello sperone roccioso, per creare delle condizioni il più disagevoli possibili agli eventuali assalitori e all’utilizzo delle macchine da guerra.

                  Il castello costruito da Manfredi seguiva quindi, con le sue muraglie irregolari, il profilo del costone, realizzato con pietrame appena sgrossato e privo di bastioni di rinforzo. Sul punto più stretto ed impervio, dove il costone cade a picco, era costruito il Maschio, privo di aperture fino a circa 4,70 m. di altezza. Era la residenza del castellano, l’estrema difesa in caso di crollo della muraglia difensiva.

                  In un documento del 1277 risulta all’interno del castello la presenza di un cappellano: ciò fa presumere la presenza di una cappella nel recinto. L’edificio è stato individuato in alcuni resti di un ambiente nei pressi del mastio.

                  Non è possibile dare informazioni sull’apparato decorativo dell’epoca, in quanto l’interno del castello è stato la parte più soggetta a trasformazioni nell’arco dei secoli.

                  Nel 1281 risulta una nuova costruzione voluta dal re Carlo per adeguarlo alle nuove tecniche militari. Il progetto prevedeva la costruzione di una torre a più lati, adiacente all’ingresso, composta da 4 piani, il primo dei quali con funzione di cisterna per la raccolta delle acque piovane, un secondo come una sorta di filtro per la cisterna e gli ultimi due adibiti ad abitazione. Di tutto ciò oggi resta solo il primo ordine con la cisterna completamente interrata e monconi di muro.

 

Campo Imperatore

 

                 

                  Proseguendo da Fonte Cerreto per poco più di tre chilometri e con un dislivello di circa 1000 metri, si giunge sul lato occidentale della Piana di Campo Imperatore. Il vastissimo altopiano che si estende ad un’altitudine di circa 1.800 metri, circondato da una serie di laghetti di origine carsica, è lungo circa 27 chilometri e largo mediamente 7 chilometri. Deve il suo nome all’Imperatore Federico II di Svevia

 

 

 

 

 

 

L’Aquila

 

Nella conca tra il Gran Sasso ed il gruppo del Velino-Sirente, solcata dal fiume Aterno, sorge la città dell’Aquila. Sorta nei pressi dell’antica via romana chiamata Claudia Nova, che aveva favorito la crescita di molti villaggi divenuti poi castelli nel Medioevo per difendersi dalle invasioni barbariche, non ha nulla che ricordi l’antica popolazione romana.

La sua nascita la si vuole legata a Federico II di Svevia che voleva una città fortificata su un territorio di confine. Infatti, proprio per la sua posizione è sempre stata considerata più un’alleata che una suddita. Federico II, una volta incoronato Imperatore, iniziò una politica per l’instaurazione di uno Stato laico in tutto il suo regno e L’Aquila doveva servirgli per contrastare il Papa. I baroni abruzzesi non erano d’accordo e furono per questo perseguitati e repressi, i loro beni confiscati e le loro fortezze distrutte. Distrutti i castelli, il popolo necessitava di un centro per avere un punto di riferimento ed è per questo che si decise la creazione di una nuova città.

Occorreva quindi un luogo sicuro, circondato da mura, dove svolgere le attività e amministrare il territorio e l’economia. Sono stati secondo la tradizione 99 i villaggi fondatori ed il nome fu un aggiustamento della locuzione Locus Aquili in Aquila come il maestoso uccello che popolava le vette circostanti ed era l’emblema della casa di Federico II di Svevia, o, più veristicamente, a denominare un territorio ricco di acque. L’Aquila può essere considerata la più grande impresa urbanistica del Medioevo Europeo. Alla morte di Federico avvenuta nel 1250, gli successe Corrado IV, ma morì improvvisamente. Intanto Manfredi, figlio naturale di Federico avuto con Bianca Lancia, assunse la reggenza del regno in nome del nipote, legittimo erede in quanto figlio di Corrado IV, Corradino. Nel 1258 diffuse la notizia, falsa, della morte di Corradino, si proclamò Re di Sicilia e cercò di riprendere in mano le redini della politica di Federico II, ma un po’ per il suo carattere, un po’ per la politica repressiva che stava attuando nelle varie città per riprendersi il predominio, molte di queste reagirono ed insorsero. Per tutta risposta Manfredi cercò di distruggerle: la stessa Aquila fu incendiata e rasa al suolo. Il sogno di avere una città che desse protezione in quel periodo buio sembrava svanito…. Papa Urbano IV, deciso a eliminare e distruggere politicamente gli Svevi, offrì la corona di Sicilia a Carlo d’Angiò che accettò. Manfredi quindi, venuto a conoscenza di ciò, gli andò incontro per bloccarlo ma morì combattendo nella battaglia di Benevento. Due anni dopo il giovane Corradino, illuso dai ghibellini italiani di poter restaurare il dominio svevo, scese in Italia per riprendersi il dominio dei suoi avi. Ma fu sconfitto nella battaglia di Tagliacozzo, fatto prigioniero e decapitato, dopo essere stato portato a Napoli, nella piazza del Mercato. Il regno resta quindi nelle mani degli Angioini.

 

 

 

Celano

Alle falde del Monte San Vittorino, su una piccola altura che una volta si specchiava nel lago del Fucino, sorge il paese di Celano. I suoi primi conti furono i Berardi, signori della Marsica e del Molise. Pietro patteggiò per l’Imperatore Ottone IV che, fattosi eleggere imperatore con l’aiuto del Papa, scese in Italia con l’intento di eliminare Federico, suo rivale e fu per questo deposto. Fu allora designato a comandare su questa contea da Federico II stesso, Tommaso, nipote di Papa Innocenzo III, che poi gli si ribellò. Federico utilizzò allora una condotta ferrea e molto dura, la città fu evacuata, distrutta, e i suoi abitanti furono deportati fino a Malta. Ricostruita dagli esuli a un chilometro di distanza dalla precedente, fu feudo di diverse famiglie fra cui i Piccolomini, i Peretti, i Savelli e gli Sforza. Fu quasi distrutta dal terremoto che colpì la Marsica nel 1915.

 Personaggio di spicco nella storia di Celano fu il Beato Tommaso (1185 – 1260) che fu uno dei primi seguaci di San Francesco nonché considerato il suo primo biografo (1229).

                  Il castello domina le case sottostanti ed è stato oggetto di restauri dopo il terremoto del 1915. Eretto alla fine del Trecento, fu completato nel 1450 dal Conte Lionello Acclozzamorra ed in seguito ristrutturato in forme rinascimentali da Antonio Piccolomini. Esso è costituito da un mastio centrale a pianta rettangolare con 4 robusti torrioni quadrati angolari circondato da mura ad andamento irregolare inframezzate da torri circolari (agli angoli) e quadrate. L’accesso attuale è ricavato presso una torre circolare con una passerella che oltrepassa il fossato. Il mastio sorge sopra gli ambienti militari di servizio sotterranei (oggi non visitabili). Il severo mastio è ingentilito da bifore ed è concluso in alto da un coronamento di ronda a sporgere su mensole e beccatelli. All’interno tutti gli ambienti si affacciano sull’ampio cortile rettangolare circondato da un porticato al piano terra e da un loggiato ad archi tondi su colonne recanti un’insegna dei Piccolomini (la luna falciata), al piano superiore. Al centro del cortile c’è un pozzo per la raccolta delle acque piovane. Fu gravemente danneggiato dal terremoto del 1915 e solo dopo la seconda guerra mondiale fu risistemato, quando anche l’ultima parte, rimasta privata per decenni, fu acquistata dallo Stato. Negli ambienti del castello hanno sede il Museo d’Arte Sacra della Marsica ed una sezione del “Tesoro dei Torlonia”. Orari di apertura: dalle ore 9.00 alle ore 19.00 (lunedì chiuso) -  Biglietto:  intero € 2,00 (chiedere in biglietteria per riduzioni e gratuità)

 

A seguito dell’incoronazione di Carlo I d’Angiò e della battaglia di Benevento, muore Manfredi. Nell'agosto del 1267 Corradino, incoronato imperatore, scende in Italia per riconquistare i propri domini di Sicilia. Carlo era in Puglia a combattere i Saraceni quando venne a conoscenza dei progetti di Corradino e decise di andargli incontro passando per la via Valeria attraverso la Marsica e accampandosi nei pressi di Scurcola. Qui aspettò Corradino che vi giunse una settimana dopo con un esercito più numeroso (tremila armati per Carlo contro i cinquemila di Corradino). La battaglia avvenne la mattina del 23 agosto nel luogo dei “Campi Palentini” e fece naufragare le speranze dell’ultimo degli Svevi di riconquistare il regno meridionale. È ricordata da numerosi scrittori, tra cui Dante:

... e là da Tagliacozzo

dove senz'arme vinse il vecchio Alardo

                                                                                                         (Inf. XXVIII, 1718)

 

 

Scurcola Marsicana

 

Le origini di Scurcola Marsicana sono più antiche di Roma e si fanno risalire all’età del ferro. Intorno al V sec. a.C. Scurcola era abitata dagli Equi, che scompariranno con la politica espansionistica romana. Con la caduta dell’Impero romano la Marsica si trova a vivere grandi difficoltà dovute alle invasioni barbariche e alla mancanza di una guida politica unitaria. Lunga è stata la dominazione dei Longobardi a cui si fa risalire il suo nome da sculk che significa sentinella-guardia. Si vuole che fu proprio nel Castello di Scurcola che Corradino passò l’ultima notte prima della famosa battaglia di Tagliacozzo. All’interno della chiesa di Santa Maria della Vittoria è conservata una statua lignea della Madonna che si vuole sia stata fatta arrivare da Carlo d’Angiò direttamente dalla Francia a ricordo della sua vittoria. La statua è realizzata in legno d’ulivo dorato, in stile francese.